Responsabilità del coordinatore per l'esecuzione dei lavori

Corte di Cassazione, sentenza 6 marzo 2013, n. 10319

Il dipendente di un’impresa appaltatrice di lavori di scavo e di trasporto con mansione di autista rimaneva schiacciato sotto il cancello metallico di accesso all’area del cantiere uscito dalle guide di scorrimento. Oltre ai datori di lavoro dell’infortunato ed all’appaltatore della costruzione del cancello, veniva condannato il coordinatore per l’esecuzione dei lavori, con l’addebito di “non aver adeguato il piano di sicurezza e di coordinamento (PSC) ed il fascicolo di prevenzione in relazione all’evoluzione dei lavori ed alle eventuali modifiche intervenute, ai rischi conseguenti al sopravvenuto accesso al cantiere attraverso il cancello de quo e non aver quindi verificato l’idoneità del piano operativo di sicurezza della impresa datrice di lavoro rispetto alla valutazione del rischio attinente all'accesso al cantiere e conseguentemente alla individuazione delle relative misure di prevenzione e di protezione”.

Nella situazione concreta più imprese appaltatrici operavano sul cantiere ed una molteplicità di imprese risultavano incaricate di operare nell’area della società committente. Tale circostanza giustificava la legittima presenza del coordinatore per la sicurezza in fase di esecuzione (CSE).

L’imputato era tenuto a svolgere tale ruolo per la durata di tutti lavori di ampliamento del capannone con annessa tettoia, con gli obblighi previsti, a nulla rilevando che egli avesse disposto la sospensione dei lavori per la mancanza del permesso a costruire tant’è vero che successivamente ebbe ad effettuare altro sopralluogo sul cantiere.

 La Suprema Corte rileva che “l’imputato, in violazione in particolare della posizione di garanzia di cui era investito quale coordinatore per l’esecuzione dei lavori, ha cooperato con gli altri imputati alla determinazione dell'evento”.

 Ciò in quanto “egli (per effetto dei precisi obblighi assunti con la nomina a CSE) non era perfettamente a conoscenza anche prima della data di sospensione dei lavori, come dimostrato dai verbali dei numerosi sopralluoghi da lui stesso redatti previo accesso al cantiere, dello stato di intrinseca pericolosità e di precaria stabilità del cancello, comunque utilizzato per l’accesso al cantiere benché privo del fermo di fine corsa” e, ciononostante, “nel Piano di sicurezza in fase di progettazione neppure si accennava al cancello scorrevole in acciaio (causa del mortale infortunio) attraverso il quale ordinariamente si accedeva al cantiere”, né tantomeno risultavano integrazioni di detto Piano di sicurezza.

La conclusione è che “il rischio per l’incolumità dei lavoratori dei terzi, derivante delle descritte condizioni del cancello, non era stato minimamente valutato e che pertanto l’evento - del tutto prevedibile visto che l’impresa datrice di lavoro comunque disponeva delle chiavi di accesso al cantiere e, quale appaltatrice, aveva del tutto legittimamente incaricato il dipendente di recarsi a prelevare un escavatore - si sarebbe potuto evitare ove l’imputato avesse adempiuto ai suoi obblighi”.